In questo articolo proviamo a spiegare come la geologia sia responsabile delle forme del rilievo terrestre, condizionando – con il clima, la vegetazione e l’azione dell’uomo – i differenti tipi di paesaggio osservabili durante le nostre escursioni.
Il concetto di paesaggio assume differenti accezioni, in funzione della disciplina di analisi (paesaggio fisico: scienze naturali – ambientali; antropico: scienze sociali e urbanistiche; rurale: scienze agrarie e economiche, …). Secondo il Codice dei Beni Culturali per paesaggio “si intende il territorio espressivo di identità, il cui carattere deriva dall’azione di fattori naturali, umani e dalle loro interrelazioni”; per la Convenzione europea del paesaggio, invece, “una determinata parte di territorio, così come è percepita dalle popolazioni, il cui carattere deriva dall’azione di fattori naturali e (o umani e dalle loro interrelazioni”.
In ogni caso il paesaggio è un insieme di fattori fisici, biotici e umani che hanno nel tempo modellato i territori, determinando quanto da noi percepibile; tanto più vero in Italia dove i valori ambientali sono stati storicamente condizionati, nel bene e nel male, dall’azione antropica.
Vediamo ora alcuni paesaggi “tipo” dell’Italia centrale di più comune osservazione durante le escursioni, con particolare attenzione agli aspetti fisici e geologici.
Dorsali montuose

Costituiscono un sistema allineato in senso appenninico NW – SE; derivano della dislocazione di masse rocciose di origine sedimentaria, formatesi in età mesozoica e terziaria in ambiente marino, variamente accavallate su rocce di età più recente (Colline dell’anti Appennino) dalle compressioni orogenetiche.
Nella catena laziale abruzzese abbiamo calcari compatti e duri, con frequenti fratture e dislocazioni (faglie) indotte dal comportamento rigido alle compressioni orogenetiche; si sono formati in un ambiente di piattaforma carbonatica dalla sedimentazione di fanghi calcarei e dalla biocostruzione di organismi corallini; testimoniano con i propri fossili e le strutture sedimentarie impresse nelle rocce la memoria di quei paleo ambienti, in piena similitudine a quanto avviene oggi nelle barriere coralline delle isole Bahamas o Dahlak.
A nord ovest di una discontinuità tettonica (linea Olevano Antrodoco) si passa al dominio sabino umbro marchigiano, con rocce deposte in un mare aperto, quindi più profondo; la contemporanea deposizione di fanghi argillosi rende meno puri tali litotipi (calcari marnosi) e ciò ha comportato uno stile maggiormente plastico, “a pieghe”, delle masse rocciose alle deformazioni orogenetiche. Nelle rocce troviamo le tracce fossili di organismi planctonici: ammoniti, progenitori dei nautili attuali, e microorganismi a guscio calcareo e siliceo, a testimoniare l’ambiente di formazione.
A prescindere dai due domini geologici, il paesaggio delle dorsali montuose più alte è solitamente aspro; la degradazione delle masse rocciose comporta l’accumulo al piede dei versanti più ripidi di fasce detritiche, mentre allo sbocco di canaloni e di valli laterali si osservano coni e conoidi di detrito.
Residue tracce del glacialismo quaternario sono date dai circhi glaciali: incidono le creste rocciose in forma arcuata, dando una morfologia a “poltrona con i braccioli”, come si osserva nella conca del Calderone e in genere nei versanti esposti a nord delle più alte creste; altre caratteristiche forme arrotondate, a dorso di balena, sono rinvenibili alla base dei circhi, a testimonianza del lavoro di modellamento degli antichi ghiacciai sulle rocce del substrato (rocce montonate).
Più difficilmente leggibili dal non esperto sono invece le forme di accumulo morenico, trasportate dai ghiacciai quaternari, di varia granulometria (dai blocchi alle argille), talora rimaneggiate dalla successiva erosione fluviale (Campo Pericoli al Gran Sasso); i blocchi ciclopici isolati al centro delle valli sono invece interpretabili come massi erratici, trasportati dal ghiacciaio e lasciati in posto al suo ritiro.
Sono invece molto più evidenti e diffuse le forme carsiche derivanti dai processi di dissoluzione chimica dei calcari, arealmente con depressioni rappresentate da campi carsici (polje) e doline, e a scala locale da corrosioni a canne d’organo (karren) e sforacchiamenti delle rocce. L’intensa fratturazione delle rocce, combinata all’azione corrosiva delle acque (carsismo), determina l’infiltrazione profonda delle acque meteoriche e un paesaggio in quota solitamente brullo, complice il disboscamento per fare posto al pascolo. Ciò per contro comporta una cospicua circolazione delle acque in profondità che riemergono alla base dei massicci calcarei con sorgenti di cospicua portata, anche dell’ordine di alcuni metri cubo/secondo (come avviene in quelle del Peschiera nel reatino, o dell’Acqua Marcia nella valle dell’Aniene, entrambe indispensabili per l’approvvigionamento idrico, anche di Roma).
Nei settori non pascolivi prevale il bosco di caducifoglie con cerri, aceri, ma anche castagni produttivi nei settori prossimi agli abitati; il faggio è invece sovrano a quote superiori ai 900 metri sino ai limiti di 1800 – 1900; al di sopra troviamo mughi (Maiella) o distese a mirtillo (Monti della Laga), quindi praterie sommitali, licheni e roccia nuda.
Conche intermontane
Costituiscono depressioni prodotte dall’attività tettonica che ha ribassato relativamente questi settori rispetto alle dorsali montuose circostanti; numerosi gli esempi: piane del Fucino, di Rieti, Sulmona, Castelluccio di Norcia, Leonessa, Campo Imperatore, …. Coltri di detrito e conoidi raccordano i versanti più ripidi delle dorsali circostanti ai settori ribassati accentuando l’effetto di conca; lembi di terre rosse prodotte dalla dissoluzione dei calcari (Altipiani di Arcinazzo) comportano al fondo l’impermeabilizzazione di tali depressioni, talora impaludate, come al Fucino prima della bonifica, o con relitti lembi osservabili nei laghi Lungo e Ripasottile della conca reatina, testimoni dell’antico Lacus Velinus.
All’agricoltura specializzata, favorita dalla favorevole morfologia e dalla disponibilità idrica, si possono alternare insediamenti diffusi e spesso siti produttivi, come avviene nelle conche de L’Aquila, Rieti e Sulmona.
Edifici vulcanici

Rappresentano le vestigia di un passato geologico più recente che caratterizza la fascia anti appenninica estesa dall’Amiata a Roccamonfina e al Vulture; si sono originati a seguito dei fenomeni distensivi della crosta terrestre, successivi alle fasi di compressione orogenetica. Tale decompressione ha comportato, secondo fratture in senso appenninico, la fusione in profondità e la risalita dei magmi a dare un’intensa attività vulcanica prevalentemente esplosiva, distribuita su numerosi apparati eruttivi (Vulsini, Cimini, Vicano, Tolfa – Ceriti, Sabatini, Colli Albani, Ernico).
Gli edifici vulcanici costituiscono sistemi collinari che sfiorano i 1000 metri nel Vulcano Laziale e a Vico; l’elemento morfologico più evidente è dato dai numerosi collassamenti dei serbatoi magmatici che hanno portato alla formazione di depressioni (caldere) in buona parte occupati dai ben noti laghi (Bolsena, Vico, Bracciano, Martignano, Albano, Nemi), o bonificate ad uso agricolo (Baccano, Valle Ariccia). Le pendici acclivi sono solitamente boscate, ove il querceto e il castagneto sono predominanti.
Ripiani e forre tufacee
Strettamente legati ai precedenti, rappresentano i paesaggi alla base degli edifici vulcanici, originati dalla messa in posto di potenti coltri ignimbritiche (tufi, pozzolane, peperini nella accezione comune) prevalenti per estensione e volume rispetto alle colate laviche (da cui ricavati i ben noti sampietrini).
Le coltri tufacee sono caratterizzate da ripiani tabulari a debole pendenza, profondamente incise (forre) dai corsi d’acqua ad andamento radiale rispetto al centro di emissione. Alla confluenza le alte ripe prodotte hanno isolato i tavolati in forma di cuneo; in tal modo la difesa naturalmente creatasi ha costituito siti d’insediamento sin dall’epoca etrusca (Sovana, Pitigliano, Cellere, Sutri, Barbarano Romano, …). Nei casi in cui l’erosione ha smantellato anche la porzione a tergo del cuneo, si sono formati dei tamburi di roccia completamente isolati all’intorno (Calcata). Poiché nella serie stratigrafica regionale i tufi poggiano su più antiche argille marine, la facile erodibilità di queste ultime comporta talora problemi di stabilità degli abitati, come avvenuto nel caso di Civita di Bagnoregio e Orvieto; per contro ha dato origine ai caratteristici paesaggi a calanchi dei dintorni.
I ripiani tufacei sono oggetto di produzione agricola intensiva (vigneti, oliveti, noccioleti), anche facilitata dalla disponibilità idrica e dalla buona fertilità dei suoli, originati dalla facile disgregazione e mineralizzazione dei tufi, e talora di pascolo ovino estensivo nelle solitarie lande della Tuscia tosco laziale.
Colline anti Appennino
Costituiscono un paesaggio collinare morbidamente articolato alla base delle dorsali appenniniche, di raccordo alle pianure di fondovalle. Sono caratterizzate dall’affioramento di alternanze di calcari marnosi, argilloscisti, arenarie (flysch), con rocce originate da onde sottomarine di torbida, di età terziaria.
Nelle colline di Tolfa, che superano di poco i 600 metri, per la povertà dei suoli e la scarsità di acqua, prevale l’utilizzo estensivo del territorio, storicamente vocato all’allevamento brado di vacche maremmane e cavalli, caratteristici del paesaggio. Migliori condizioni si osservano nelle colline della Ciociaria, notevolmente coltivate e antropizzate, e della Sabina, ove prevale la coltivazione dell’olivo.
Paesaggi costieri e fluviali (pianure bonificate, dune, tomboli, laghi costieri)

La fascia costiera, geologicamente più giovane e con una dinamica ancora in corso, comprende litorali sabbiosi, prodotti dalla sedimentazione di materiali detritici portati a mare dai fiumi e dalle correnti litoranee, alternati a tratti di costa alta e rocciosa ove affiora il substrato geologico, come al Circeo, al litorale Flacco, all’Argentario.
In alcune situazioni di favorevole sedimentazione si osservano fasce dunari o tomboli che isolano retrostanti ambienti, sia lacustri – come nei laghi costieri al Parco Nazionale del Circeo, sia lagunari – come all’Argentario.
Le retrostanti pianure sono caratterizzate da un’agricoltura specializzata, organizzata in appezzamenti regolari, come avviene nella piana pontina e nella stretta fascia costiera della Maremma tosco laziale. Il paesaggio è quello tipico delle bonifiche osservabile anche in altre regioni: filari frangivento di eucalipti, utili al drenaggio della falda superficiale, casali realizzati dagli Enti di bonifica nella prima metà del secolo scorso, un’idrografia completamente rettificata in regolari canali di scolo; il tutto a dare un’omogeneità così lontana delle originarie selve acquitrinose e malariche, temute ai tempi dei viaggiatori del Grand Tour e di cui restano residui lembi nel retro duna nel Parco Nazionale del Circeo.
Ben nota è l’antropizzazione che si è registrata nell’ultimo secolo, con insediamenti civili, commerciali e industriali, e con villaggi marini di seconde case realizzate con il boom economico del dopoguerra.
Caratteri similari alle aree pianeggianti si osservano nelle valli fluviali, come nel medio e basso corso del Tevere e dei principali corsi d’acqua; sono oggetto di coltivazioni irrigue specializzate, favorita dalla disponibilità idrica, superficiale e sotterranea; presentano spesso insediamenti civili e produttivi, talvolta ospitano corridoi di collegamento strategico (Autostrade, Alta Velocità ferroviaria) che hanno ulteriormente artificializzato la già monotona morfologia iniziale con rilevati, sottopassi e infrastrutture.
Massimo Pacifici per Trekkingurbano.net
